Di noi e del giornalismo
Brevi riflessioni notturne
La separazione tra la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e l’ormai ex compagno Andrea Giambruno, i cui commenti sessisti e francamente disgustosi sono stati registrati dalla trasmissione Striscia la notizia e dalla stessa mandati in onda, ha dominato le homepage dei siti di informazione italiani per tutta la giornata di ieri (venerdì 20 ottobre 2023) e con ogni probabilità figurerà sulle prime pagine di tutti i giornali di oggi. Questa prominente rilevanza attribuita a una notizia tutto sommato marginale, non strettamente politica ma privata, ha suscitato perplessità in diversi professionisti dell’informazione, e anche nel suo piccolo all’autore di questo articolo. La guerra tra Israele e Hamas è sembrata interrompersi per la separazione della premier: povera Giorgia, avranno pensato i cittadini di Gaza e i vertici dell’esercito Israeliano; come possiamo non fermarci per lei?
Questo breve articolo non vuole solamente contestare la scelta delle redazioni di questo Paese di dedicare una considerevole copertura ad una notizia con scarsa rilevanza pubblica: anche i politici hanno diritto ad una vita privata, e quando di mezzo ci finisce una bambina di 7 anni si suggerirebbe un pizzico di prudenza in più nel divulgare affari personali o familiari ai quattro venti. Invero, gioverebbe anzitutto chiedersi il motivo della prominenza del gossip rispetto al giornalismo serio. In merito, viene spesso motivato che i giornali costituiscono a tutti gli effetti delle imprese private atte al raggiungimento di un profitto economico, e che per conseguire questo obiettivo esse devono, come si suol dire e non sempre a proposito, stare sul mercato. In altre parole, vendere copie o, sempre più spesso, abbonamenti digitali. Se un giornale dunque sceglie di aprire, come si dice in gergo, sulla separazione della Presidente del Consiglio piuttosto che sulla guerra nella Striscia di Gaza, sa che i suoi lettori probabilmente e banalmente preferiscono quella notizia all’altra, secondo questa motivazione.
Certamente, è indubbio che questa bizzarra scaletta delle notizie ci illumini anzitutto sulle nostre abitudini di informazione e, più in generale, di lettura e cultura. Siamo noi che vogliamo sapere a tutti i costi i particolari più intimi e pittoreschi delle vicende di cui parlano i giornali, ignorando quelli più rilevanti e forieri di conseguenze per le nostre vite. Siamo sempre noi a ricercare le informazioni più macabre e scabrose ad ogni delitto compiuto in Italia e talvolta anche all’estero. Siamo noi a fantasticare sulle propensioni criminali del carnefice, sulla sua situazione familiare, accompagnate sui giornali da immancabili interviste a madri disperate e sconcertate e vicini sorpresi, perché “era tanto una brava persona”. Le chat private di WhatsApp, le foto pubblicate sui social violentemente sbattute in prima pagina e lo svisceramento di quanto di più becero e pettegolo ci possa essere su una qualsiasi notizia li vogliamo noi. Il perché di questa desolante tendenza non si esaurirebbe in tomi lunghissimi di psicologia e sociologia, quindi in questa sede non si proverà nemmeno a ipotizzarne le ragioni, ritenendo sufficiente enunciare il fatto. Agli psicologi e ai sociologi che vogliano affrontare l’argomento, si suggerisce tuttavia di tenere in considerazione la bassissima percentuale di lettori e il livello culturale delle trasmissioni televisive presso cui gli italiani si disinformano, spesso loro malgrado.
Tuttavia, la nostra responsabilità non esaurisce il merito della questione, pur costituendone elemento centrale. Questa vicenda infatti tocca anche il giornalismo italiano e la sua totale abdicazione alla responsabilità morale di educare i cittadini, di guidarli negli eventi sempre più complicati e intrecciati che si dipanano nel nostro mondo un po’ infernale e sempre meno gestibile; responsabilità sacrificata sull’altare del guadagno, quando quest’ultimo non è affatto incompatibile con la qualità. L’informazione costituisce un bene certamente sfuggente, distinto da un bullone, per esempio, ma di certo più prezioso per il funzionamento della società nel suo complesso. Mediando tra la politica e la società, essa dovrebbe assicurare un corretto funzionamento della democrazia, che necessita di conoscenza, cultura e consapevolezza critica: un elettorato ignorante e non consapevole farà scelte sbagliate, che in tutta probabilità danneggeranno la società. Allo stesso modo in cui il denaro non cresce sugli alberi, la conoscenza non viene dal cielo: lo stimolo e lo spunto critico attengono alla responsabilità dei giornali, dei libri e in generale di tutto quel sistema crossmediale chiamato cultura, sia essa visiva, scritta o orale. Rinnegare questa missione significa venir meno ad una funzione sociale chiara, con un impoverimento generale per la polis e il suo funzionamento. Coniugare giornalismo di qualità con sostenibilità economica rappresenta probabilmente la sfida principale del giornalismo in questo secolo di rapidissime trasformazioni tecnologiche: difficile, ma non impossibile, e non per questo meno urgente.


