Illusioni antifasciste
Le divisioni della Festa della Liberazione e le loro radici storiche (con grande rammarico di questa newsletter!)
Tra il desiderio e la realtà c’è di mezzo il mare, o ancora più spesso un oceano. Se questa massima è vera per la vita di ciascuno di noi, dalle cose grandi a quelle più piccole, è vera anche per la politica, per il desiderio degli elettori confrontato con la realtà dell’offerta politica, per esempio. Chi scrive questa piccola newsletter desidera fortemente che la Festa della Liberazione sia riconosciuta come festa nazionale da tutti gli italiani, come momento di unità del paese intero, da sinistra a destra passando per il centro, attorno al valore principale che in teoria dovrebbe costituire e rappresentare il fondamento della nostra Repubblica: l’antifascismo. Tuttavia, la realtà è ben diversa, e all’ottantesimo anniversario della Liberazione d’Italia dal fascismo e dal nazismo occupante (una data scelta per convenzione l’anno dopo, nel 1946, dato che buona parte del paese, al di sotto della Linea Gotica tra Toscana ed Emilia-Romagna, era già libera nell’aprile 1945) la Festa che dovrebbe celebrarla è più divisiva che mai, e il paese appare prigioniero di illusioni che, di fatto, nascondono una realtà ben diversa da quella che di solito viene raccontata.
Tra le tante illusioni, quella dalle conseguenze più dirompenti e durature nel tempo è certamente l’antifascismo di tutti gli italiani, ossia il fatto che dopo la caduta di Mussolini l’Italia fosse paese solidamente antifascista. Questa illusione ha, almeno all’apparenza, caratterizzato per decenni il sentire comune della Nazione italiana, dal 1943 al 1994 almeno, ma le sue fondamenta a posteriori appaiono quantomeno fragili, tali da giustificare l’utilizzo del termine “illusione”, per l’appunto. D’altronde, un paese che, fatte salve le dovute lodevoli eccezioni, dal 1922 al 1943 era stato connivente con il regime fascista o più spesso aperto sostenitore dello stesso, soprattutto a livello di classe dirigente (Monarchia, classe politica liberale, mondo imprenditoriale, vertici della Chiesa Cattolica), difficilmente poteva svegliarsi la mattina del 25 luglio 1943, apprendere la notizia dell’arresto di Mussolini, ordinato da parte di Vittorio Emanuele III, e diventare improvvisamente antifascista. Bisognerebbe opportunamente ricordare che il regime di Mussolini non è caduto per aperta opposizione al fascismo da parte della popolazione o da parte della stessa classe dirigente, ma perché quest’ultima, comprendendo che prima o poi la guerra sarebbe stata persa (dopo la definitiva sconfitta italo-tedesca in Nordafrica nel maggio 1943 e in particolare dopo l’invasione della Sicilia da parte degli Alleati il 10 luglio dello stesso anno e dopo il bombardamento di Roma il 19), non voleva legare le sue sorti a quelle di Mussolini, responsabile insieme al genero Galeazzo Ciano (poi pentitosi e distanziatosi dalle sue stesse posizioni) di aver legato l’Italia alla Germania hitleriana fin dal 1936, in una mossa non condivisa (questa sì) da diversi anche all’interno del Partito Nazionale Fascista (PNF) e che cancellava un decennio di politica estera fascista, caratterizzata dal tentativo di essere l’“ago della bilancia” o il “peso determinante” delle vicende europee mediante buoni rapporti anche e soprattutto con Francia e Gran Bretagna. Una strategia di auto-salvezza da parte della classe dirigente, dunque, più che di interesse del paese nel suo complesso o ancor meno di convinto antifascismo.
Posto che in ogni guerra ci sono vincitori e vinti, quella partigiana non fa eccezione. Su un piano internazionale, la seconda, duratura e altrettanto pericolosa illusione dell’Italia anti- e post-fascista fu ed è credere di aver vinto la guerra e di poter ottenere un trattamento di favore da parte degli Alleati. Inizialmente, l’arrivo al potere del Maresciallo Pietro Badoglio in sostituzione di Mussolini doveva rappresentare una scelta di continuità internamente e in politica estera, con la prosecuzione della guerra al fianco della Germania: altro che antifascismo! L’Armistizio di Cassibile con gli Alleati (3 settembre 1943, reso pubblico l’8) e la successiva dichiarazione di guerra contro la stessa Germania, che smentiscono la pretesa di continuità espressa soltanto un mese e mezzo prima, non sono state tuttavia scelte di campo morali, ma politiche, prese nell’illusione da parte del Re e di Badoglio di poter salvare l’Italia e soprattutto la Monarchia da un trattato di pace punitivo e dalle sue conseguenze, tentando maldestramente di slegarsi dalla Germania: in altre parole, nell’opinione di Badoglio e Vittorio Emanuele III l’Italia avrebbe corso rischi maggiori rimanendo alleata di Hitler, nonostante l’invasione che quest’ultimo avrebbe certamente messo in atto e poi puntualmente verificatasi. Tuttavia, nel gennaio dello stesso anno americani e britannici alla Conferenza di Casablanca, in Marocco, si erano accordati per pretendere da tutti i paesi satelliti della Germania e dalla Germania stessa una resa senza condizioni, nonostante le resistenze di Churchill proprio per quanto riguardasse l’Italia, ma data la potenza militare americana era difficile che potesse prevalere la linea britannica, e Churchill dovette accettare che questa clausola venisse imposta anche all’Italia. La scelta di Badoglio e del Re di firmare l’armistizio, dunque, seppur obbligata, ignorava gli aspetti internazionali della questione, con gli Alleati in guerra non per sconfiggere, ma per estirpare, il nazismo e per dimostrare a Stalin che non avrebbero stretto una pace separata con Hitler, e non era sicuramente una scelta dettata da un’improvvisa conversione all’antifascismo. L’illusione di avere un trattamento di favore e di credere che, vinto il fascismo, l’Italia avesse vinto anche la guerra era presente anche tra gli antifascisti durante e dopo la guerra. Il Governo De Gasperi nel 1947 reagì in malo modo al trattato di pace del 1947, ritenuto eccessivamente punitivo, con la perdita delle colonie, dell’Istria, della Dalmazia e inizialmente anche di Trieste, riottenuta dall’Italia di fatto soltanto nel 1954 e ufficialmente nel 1975! Insomma, anche se all’interno del paese gli antifascisti hanno vinto la guerra civile, con il decisivo aiuto anglo-americano, l’Italia nel suo complesso ha perso la guerra. Essersi cullati nell’illusione di averla vinta grazie alla Resistenza e di poter ottenere concessioni dagli ex nemici ha minato la fiducia nell’antifascismo, scontentando parte della popolazione, e l’unità della coalizione antifascista, specialmente per i contrasti sulla questione triestina: nulla di paragonabile alla dannunziana “vittoria mutilata” del 1919, ma comunque un danno alla fiducia e alla compattezza della coalizione nata con il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), coalizione che proprio nel 1947 ebbe termine.
Tuttavia, il fatto di credere di aver vinto la guerra ha una conseguenza ancora più rilevante e ben più attuale di quanto accadde nel 1947. Infatti, questa errata convinzione informa ancora oggi buona parte della memoria storica e della retorica sul “bravo italiano”, che a differenza del “cattivo tedesco”1 non ha colpe reali, dato che non ha mai veramente sostenuto il fascismo, dipinto a sua volta come un’aberrazione e un corpo estraneo rispetto alla tradizione storica italiana. La rimozione delle colpe, tuttavia, ha contribuito ad una mentalità autoassolutoria da parte degli italiani, che non si ritengono responsabili di crimini di guerra e neppure di averla provocata, la guerra, pur essendo stati alleati stretti di Hitler e pur avendo dichiarato loro guerra a Francia e Regno Unito. Se in Germania oggi la memoria della catastrofe nazista informa ancora la politica tedesca, in cui un partito neonazista viene sistematicamente escluso da qualsiasi incarico di governo, anche a livello locale, in Italia oggi un partito erede della tradizione fascista è al governo nazionale, e anche se questo partito non riporterà il fascismo nelle istituzioni e nella società italiane, una tale catastrofe di tipo culturale e storico rimane come una macchia indelebile.
Su un piano interno, legato alla prima illusione sopra menzionata, i vincitori della guerra partigiana hanno riscritto la storia, dipingendo l’Italia come un paese del tutto antifascista, ignorando deliberatamente che un gran pezzo di paese era invece stato fascista eccome! La stessa grande amnistia degli ex esponenti del PNF e dei collaborazionisti, voluta in particolare da Palmiro Togliatti e dal PCI, ha contribuito a reintegrare nella pubblica amministrazione e nel sistema giudiziario migliaia di fascisti che erano stati in precedenza epurati dalla “macchina” dello Stato. Promuovendo la pace e la concordia sociale, tuttavia, anche questo episodio ha rimosso le colpe di chi colpe ne aveva. In molte guerre, specialmente civili, del passato, tra cui la guerra civile americana (1861-1865), i vincitori hanno cercato di riportare concordia perdonando gli esponenti nemici: è accaduto proprio nel caso americano, tra gli altri. Tuttavia, negli Stati Uniti, immediatamente dopo la fine della guerra civile e l’abolizione della schiavitù, si è affermato un duro regime di segregazione razziale, tanto da far dire ad alcuni storici che se l’Unione ha vinto la guerra, la Confederazione la pace, o addirittura l’intera guerra civile2 nel suo complesso. Per quanto riguarda l’Italia, è difficile affermare che la guerra sia stata vinta dai fascisti, ma è anche vero che a ottanta anni di distanza dalla Liberazione a Roma siede un governo di chiara matrice postfascista. Per molto tempo, la classe dirigente della Prima Repubblica si è potuta servire di un monopolio del controllo della politica e della memoria storica, promuovendo tra le altre cose l’idea che l’Italia fosse stata e fosse tutta antifascista: una tesi, questa, apparentemente confermata per esempio dalle manifestazioni di piazza in occasione del voto di fiducia del Movimento Sociale Italiano (MSI) al Governo del DC Tambroni, nel 1960. Venuta meno la Prima Repubblica tra il 1992 e il 1994, tuttavia, questo monopolio è venuto meno, e la destra, fino ad allora del tutto marginalizzata, ha saputo cogliere l’occasione per tornare al centro della scena e legittimarsi, grazie all’aiuto decisivo di Berlusconi che alle elezioni del 1994 si alleò con il neonato partito Alleanza Nazionale (AN) al Centro e al Sud, e ottenne una schiacciante vittoria contro la coalizione di centrosinistra. Da allora la destra postfascista ha saputo dare un’immagine rassicurante e “normale” di sé, facendo dimenticare gli aspetti meno limpidi del proprio passato, e si è progressivamente imposta presso l’elettorato italiano anche grazie ad una crescente disaffezione per i partiti di origine antifascista. Non solo, ma la crescita della destra ha messo in luce ancora una volta come l’immagine primorepubblicana di un paese totalmente antifascista fosse, se non errata, quantomeno parziale, e caratterizzasse solo una parte della popolazione. La sinistra, dal canto suo, ha cercato di usare la Festa della Liberazione per fini politici, tacciando la destra di fascismo fin dai tempi di Berlusconi: questo atteggiamento massimalista, tuttavia, oltre a non aver convinto parte degli italiani che hanno continuato a votare la destra (motivo ancora più evidente di come presso una parte della popolazione l’antifascismo non faccia presa per niente), ha contribuito a rendere una festa della Nazione come una festa di una parte di essa, con conseguenze negative per la memoria storica e l’unità del paese.
Insomma, la storia dell’antifascismo italiano è caratterizzata da numerose illusioni e riscritture della storia, che rendono quella che dovrebbe essere una Festa di tutta la Nazione soltanto la Festa di un pezzo della Nazione, con polemiche politiche da una parte e dall’altra. Le fondamenta della supposta unità nazionale, tuttavia, appaiono fragili, e questa divisione stupisce soltanto fino ad un certo punto: del resto, è difficile chiedere a chi non è mai stato antifascista di esserlo ora che è al potere. Per questa ragione e con grandissimo rammarico, chi scrive questa newsletter non ritiene che sia possibile considerare la Festa della Liberazione come autenticamente nazionale, ma di parte soltanto della Nazione, e teme che sarà così anche in futuro. L’Italia ha bisogno di una memoria storica condivisa, ma al momento nessuna delle parti la promuove, avendo la sinistra una visione massimalista e la destra una visione errata e autoassolutoria (il 25 aprile non è una festa “contro tutti i totalitarismi”, ma la festa antifascista per eccellenza!).
Si veda Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Laterza, 2014, rist. 2025.
Si veda Heather Cox Richardson, How the South Won the Civil War, Oxford University Press, 2020.



Purtroppo nel DNA degli Italiani non e’ mai stato presente alcun sintomo di unità sin dai tempi più antichi. L’Italiano è sempre stato prima “ contro” che “per”, caratteristica genetica che accompagnata da una inveterata tendenza all’opportunismo impedisce ogni condivisione su qualsiasi tematica, sia politica che morale.