Immaginare la fine della guerra in Ucraina
Scenari potenziali per il futuro, indipendentemente dall'esito di una guerra sempre più statica
In una recente intervista alla BBC, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ammesso che la molto attesa controffensiva dell’esercito del suo paese, nel contesto della guerra scatenata dalla Russia il 24 febbraio 2022, sta andando più lentamente di quanto sperato e forse atteso. Per quanto velatamente, queste dichiarazioni lasciano trasparire un certo grado di delusione, che negli alleati occidentali dell’Ucraina, specialmente in quelli già più reticenti come l’Italia, potrebbe tradursi o già si traduce in scetticismo. Occorre quindi al più presto definire un piano con obiettivi precisi su come vogliamo che questa guerra vada a finire e in special modo che futuro vogliamo garanire all’Ucraina, per evitare di dover cedere ad un compromesso al ribasso favorevole solo alla Russia, che saprebbe più di resa che di pace.
Tutti i leader occidentali hanno ripetuto più volte che la Russia non deve vincere questa guerra, alcuni spingendosi apertamente a dichiarare che è l’Ucraina a dover vincere, proclama tuttavia non esplicitamente condiviso da tutti. Le possibilità che la Russia vinca questa guerra sono davvero limitate, almeno riguardo agli obiettivi che inizialmente si era data, ossia la conquista di Kyiv e la sostituzione del presidente Zelensky e del governo ucraino con figure ben più favorevoli a Mosca. Tuttavia, come la controffensiva dimostra, le possibilità che la guerra la vinca l’Ucraina non sono affatto scontate.
Uno scenario plausibile non è troppo dissimile da quello tipico della Prima Guerra Mondiale, ossia un conflitto statico combattuto in trincea con limitate e piccole avanzate ad un costo umano (ed economico) altissimo. Alcuni giornalisti e analisti hanno addirittura paragonato la battaglia di Bakhmut con quella di Verdun, simbolo dell’orrore della Grande Guerra, definita un’”inutile strage” da Papa Benedetto XV: secondo questa interpretazione, la battaglia ingaggiata per oltre otto mesi dai russi, che hanno provato a conquistare una città praticamente disabitata e semidistrutta e ben poco strategica militarmente al prezzo di centinaia e centinaia di morti, spesso soldati di leva e non professionisti, dunque mal addestrati, somiglierebbe all’obiettivo tedesco di poco più di cento anni fa di conquistare una città dallo scarso valore militare assurta a simbolo della resistenza francese, come Bakhmut per gli ucraini.
In una situazione del genere, come dovrebbe muoversi l’Occidente? Le ragioni morali per sostenere l’Ucraina sono del tutto indipendenti da quelle materiali e restano le stesse: salvare l’Ucraina da una vile aggressione è giusto se abbiamo davvero a cuore la libertà e il diritto di una nazione di esistere. Ma un conflitto prolungato in una fase di stallo non gioverebbe a nessuno e specialmente all’Ucraina, che continuerebbe a patire uno stato di distruzione materiale e di privazione economica e che continuerebbe ad aver bisogno di garanzie a lungo termine. Il tutto a meno di un anno da elezioni cruciali come quelle presidenziali negli Stati Uniti (oltre a quelle per il Parlamento Europeo e le elezioni generali nel Regno Unito) che potrebbero indebolire significativamente il sostegno a Kyiv nel momento di maggiore bisogno, almeno nel caso di una vittoria di Donald Trump o di un altro candidato della destra del Partito Repubblicano.
L’Occidente deve fornire ora garanzie valide e vincolanti all’Ucraina, per aiutarla ad essere una vibrante democrazia integrata pienamente in un contesto europeo e occidentale. Imprescindibile in questo senso risulta l’adesione all’Unione Europea, che prima di essere uno dei più grandi mercati unici del mondo è un simbolo di democrazia, libertà e progresso: bene ha fatto l’Unione a concedere all’Ucraina lo status di candidato, ma il processo di adesione deve uscire dalla fase di stallo in cui si ritrova adesso ed arrivare a discussioni più concrete sul futuro di Kyiv nell’UE.
In secondo luogo, l’Ucraina ha bisogno di garanzie sulla sua sicurezza e per queste la soluzione è costituita da un solo acronimo, di quattro lettere: NATO. Kyiv ha conquistato sul campo di battaglia il diritto morale di rivendicare l’adesione all’alleanza, e come il suo presidente ha più volte ricordato di fatto ne è già un membro visti gli aiuti militari ricevuti. L’ingresso ucraino nella NATO, limitatamente ai territori che l’Ucraina riuscirà a mantenere al termine del conflitto, deve avvenire immediatamente al termine delle ostilità. Inspiegabile è la reticenza americana ad ammettere Kyiv nell’alleanza dopo che Washington è risultato di gran lunga il maggior fornitore di armi al paese invaso. La soluzione che propongono gli Stati Uniti, ossia un’assistenza militare annua per legge come nel caso di Israele, suscita alcune obiezioni: Israele ancora è l’unica potenza nucleare del Medio Oriente, Iran permettendo, mentre l’Ucraina ha un vicino che è il maggior detentore di armi nucleari al mondo; gli aiuti all’Ucraina dovrebbero essere di gran lunga superiori a quelli per Israele, difficilmente sostenibili perfino per gli Stati Uniti. La Russia ancora non ha mai attaccato un Paese NATO, e questa è la miglior garanzia di sicurezza nel dopoguerra per l’Ucraina, in modo che gli orrori di questa guerra non si ripetano più.
In terzo luogo, l’Occidente tutto e in special modo l’Europa devono farsi carico di una ricostruzione che sarà costosa. In questi giorni la Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen ha annunciato che l’Unione stanzierà 50 miliardi in proposito: è un primo passo decisivo e un segnale di sostegno a lungo termine non solo militare all’Ucraina, e non può che essere benvenuto, anche perché sarà l’Europa a fare la parte del leone nella ricostruzione post-bellica, mentre gli Stati Uniti continueranno a fornire più armi degli europei messi insieme.
Nel complesso, la resilienza dell’Occidente è stata sinora quasi inossidabile: un fatto non solo non scontato, ma giudicato quasi impossibile alla vigilia dell’invasione russa dell’Ucraina, e che ha contribuito in maniera decisiva alla resistenza ucraina. Ma ora è giunto il momento di fare un passo in più, un passo non militare ma politico e diplomatico, per garantire un futuro a un Paese che rischia di rimanere fermo nel fango delle trincee, a vantaggio solo di Putin. West, are you up to the challenge?
Per questo articolo, sono state usate le seguenti fonti:
How Wars Don’t End. Ukraine, Russia and the Lessons of World War I, di Margaret MacMillan, apparso in Foreign Affairs, pubblicato il 12/06/2023. Url: https://www.foreignaffairs.com/ukraine/how-wars-dont-end (consultato per l’ultima volta il 22/06/2023 alle ore 21:57).
Building Ukraine 2.0. For Russia’s war to fail, Ukraine must emerge prosperous, democratic and secure, apparso in The Economist, pubblicato il 22/06/2023. Url: https://www.economist.com/leaders/2023/06/22/building-ukraine-20 (consultato per l’ultima volta il 22/06/2023 alle ore 21:59).
The great dilemma. NATO is agonising over whether to let Ukraine join, apparso in The Economist, pubblicato il 22/06/2023. Url: https://www.economist.com/international/2023/06/21/nato-is-agonising-over-whether-to-let-ukraine-join (consultato per l’ultima volta il 22/06/2023 alle ore 22:00).


