La fine della collaborazione USA-Ucraina sull'intelligence
E le altre notizie
Questa prima edizione di questo “esperimento” si sarebbe dovuta concentrare sulla principale notizia di ieri, ossia il tentativo di riconciliazione con Donald Trump da parte del presidente ucraino Volodymyr Zelensky dopo l’incontro di venerdì scorso nello Studio Ovale, in cui Trump e il vicepresidente JD Vance hanno attaccato pubblicamente Zelensky. Si sarebbe anche occupata nel dettaglio del discorso di Trump al Congresso degli Stati Uniti tenuto ieri sera (nella notte italiana), il primo del suo secondo mandato, discorso in cui Trump ha parlato molto di politica interna americana, accusando il suo predecessore Joe Biden di essere stato il “peggior presidente” nella storia degli Stati Uniti e lodando l’azione sua e del suo consigliere Elon Musk nello smembramento della burocrazia del governo federale (per un’analisi completa del discorso di Trump si rimanda all’articolo di analisi del New York Times in proposito). Tuttavia, Trump ha anche parlato di politica estera, da un lato rivendicando la sua decisione di uscire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mediante un ordine esecutivo firmato poche ore dopo il suo giuramento da presidente, dall’altro usando toni più concilianti nei confronti dell’Ucraina e in particolare di Zelensky. Tradotto in italiano, Trump ha detto:
Oggi ho ricevuto un'importante lettera dal Presidente dell'Ucraina Zelensky. La lettera dice: “L'Ucraina è pronta a sedersi al tavolo dei negoziati il prima possibile per raggiungere una pace duratura”. “Nessuno vuole la pace più degli ucraini”, ha detto. “Io e il mio team siamo pronti a lavorare sotto la forte leadership del Presidente Trump per ottenere una pace che duri nel tempo. Apprezziamo molto quanto l'America ha fatto per aiutare l'Ucraina a mantenere la sua sovranità e indipendenza. Per quanto riguarda l'accordo sui minerali e sulla sicurezza, l'Ucraina è pronta a firmarlo in qualsiasi momento”. Questo è conveniente per voi. Apprezzo che [Zelensky] abbia inviato questa lettera. L'ho ricevuta poco fa. Allo stesso tempo noi abbiamo avuto serie discussioni con la Russia. Ho ricevuto forti segnali di disponibilità alla pace. Non sarebbe bellissimo?
Questo era pertanto il piano originario per la newsletter di oggi. Tuttavia, intorno alle 13:30 di oggi il Financial Times ha riportato una notizia che contraddice clamorosamente lo spirito di riconciliazione di Zelensky e di Trump mostrato nella giornata e nella serata di ieri. Il quotidiano finanziario britannico ha scritto che gli Stati Uniti hanno deciso di interrompere anche la condivisione di informazioni di intelligence con l’Ucraina, dopo che qualche giorno fa avevano interrotto le forniture di armi. Questa decisione è stata confermata qualche ora più tardi dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Donald Trump, Mike Waltz, e dal Direttore della CIA John Ratcliffe, il quale ha comunque espresso la speranza che la condivisione di informazioni di intelligence possa ripartire presto, lasciando però intendere come il tutto sia condizionato ad un impegno da parte di Zelensky ad accettare le condizioni di pace imposte da Trump. Altri giornali britannici, inoltre, hanno scritto che gli Stati Uniti hanno ordinato anche al Regno Unito di interrompere ogni trasmissione di informazioni di intelligence all’Ucraina: il governo britannico non ha ancora commentato su quanto riportato.
(Immagine dell’Institute for the Study of War)
Non è al momento ancora chiaro se e quando questi scambi di informazioni potranno riprendere. Quel che è certo però è che, mentre il blocco della fornitura di armi non avrà un impatto sull’esercito ucraino se non dopo qualche mese, il blocco dell’intelligence sharing rischia di avere conseguenze molto rilevanti anche nel breve periodo per l’Ucraina, che si è servita delle informazioni delle intelligence occidentali per prevenire gli attacchi russi sul su territorio, essendo a conoscenza dei bersagli dell’esercito russo. Un esempio di questa stretta collaborazione lo ha fornito il Defence Editor dell’Economist, Shashank Joshi, ricordando in un post sul social BlueSky come il primo giorno dell’invasione russa dell’Ucraina su larga scala (24 febbraio 2022), informazioni dell’intelligence dei Five Eyes (un’alleanza tra le intelligence di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, che condividono tra loro informazioni al massimo livello) sono state in grado di prevenire la presa da parte russa dell’aeroporto di Hostomel, vicino a Kyiv, che se conquistato avrebbe minacciato la caduta della capitale stessa. In più, l’intelligence occidentale è necessaria agli ucraini anche per capire se, quando e dove la Russia intende colpire infrastrutture energetiche o civili, dunque non soltanto obiettivi militari. Insomma, come sintetizza il FT nell’articolo citato sopra, “la cooperazione dell'intelligence statunitense è stata essenziale per la capacità dell'Ucraina di identificare e colpire gli obiettivi militari russi.”
ANALISI
Un riallineamento ideologico
Le mosse di Donald Trump e dei suoi consiglieri e Segretari di Stato della sua Amministrazione in merito all’invasione russa dell’Ucraina mirano evidentemente a ridisegnare l’ordine europeo, e più in generale mondiale, a tutto svantaggio degli (ex?) alleati degli Stati Uniti e a vantaggio di uno dei loro più acerrimi avversari per decenni, la Russia. Non si spiegherebbe altrimenti come nel giro di poche settimane (Trump si è insediato per la seconda volta alla Casa Bianca soltanto il 20 gennaio scorso) gli Stati Uniti abbiano tentato (di) e siano riusciti a stravolgere completamente i rapporti con i loro tradizionali alleati europei ed extraeuropei, cercando di dividerli e di metterli sotto un’enorme pressione economica (con i dazi, che per ora hanno risparmiato l’Unione Europea ma non Canada e Messico, come si descrive sotto), politica (escludendoli dai negoziati di pace con la Russia) e soprattutto militare, con la fine almeno temporanea degli aiuti americani all’Ucraina, anche con riferimento allo scambio di informazioni di intelligence. Ci si attendeva certamente un cambio di rotta nella politica estera americana con la rielezione di Trump, un presidente che non ha mai nemmeno tentato di nascondere la sua ammirazione per gli autocrati di mezzo mondo e il suo disprezzo per le istituzioni e le procedure democratiche, in patria come all’estero, un presidente non più costretto da un Partito Repubblicano che, se dal 2017 al 2021 gli aveva impedito di portare avanti le sue idee più estreme, ora è controllato completamente dallo stesso Trump a tal punto che il Congresso a guida repubblicana non si oppone al suo governo per decreto (salvo timidi e occasionali distinguo) e che fa letteralmente quello che lui vuole che faccia: quello che resta dell’establishment repubblicano è marginalizzato o non più in grado di nuocere.
Tuttavia, l’ampiezza del riallineamento trumpiano in politica internazionale e la rapidità della sua esecuzione lasciano pensare che non si tratti semplicemente di un normale cambio di politica (dunque dei mezzi con cui un obiettivo internazionale si persegue) seguito ad un cambio del presidente, ma ad un riallineamento completo degli stessi obiettivi strategici degli Stati Uniti di Donald Trump. Questo riallineamento può certamente essere dettato da un cambiamento delle priorità della politica estera americana a vantaggio del teatro dell’Indo-Pacifico per contrastare l’ascesa della Cina, cambiamento peraltro presente fin dagli anni di Obama, con l’obiettivo dunque di separare la Russia dalla Cina, ma pur sempre nell’ottica di una difesa degli interessi dell’Occidente unito: sarebbe solo una questione di un diverso burden sharing, ossia di una diversa ripartizione delle risorse e delle priorità, con l’Europa concentrata maggiormente sulla minaccia russa (con risorse proprie, contando su un minore aiuto statunitense) e gli USA su quella cinese, come ha anche sottolineato il Segretario di Stato alla Difesa americano Pete Hegseth a febbraio ad un summit della NATO. Tuttavia, il dibattito sul burden sharing va avanti dai tempi della presidenza Eisenhower negli anni ’50 e diversi presidenti americani si sono lamentati della mancata risolutezza europea nella difesa del proprio continente. Inoltre, non si spiegherebbero le incredibili concessioni fatte alla Russia, che, se non è riuscita ad ottenere quello che voleva in Ucraina sul campo di battaglia, lo sta ottenendo ora grazie alle dichiarazioni e alle azioni del principale ex alleato del suo avversario: Kyiv non è caduta sotto i missili russi, ma rischia di cadere con le minacce e le decisioni trumpiane!
Quello che Trump ha fatto e sta facendo va pertanto oltre ogni riallineamento di questo tipo e va contro decenni di politica estera americana, improntata alla difesa delle democrazie europee dalle minacce sovietiche prima e russe poi. Mai un presidente americano avrebbe abbandonato un paese europeo in guerra contro la Russia, nemmeno il più scettico sulla difesa europea. Trump, invece, lo ha fatto, a parole e con i fatti, e per questo il suo riallineamento è molto più profondo di un pivot to Asia.
Se c’è un fattore che può spiegare un simile ripensamento americano è quello ideologico. Non sentendosi legato alla tradizione democratica americana ed europea, Trump ha abbracciato una visione imperiale della presidenza, sul piano interno come su quello internazionale. Il riferimento al “destino manifesto” americano nel suo discorso inaugurale, la pretesa di conquistare e annettere la Groenlandia, il Canale di Panama e il Canada, il piegarsi a Putin, sono tutti segni di una visione ideologica della presidenza e del ruolo americano nel mondo più legata ad un’idea per l’appunto imperiale, non democratica, espansionista, un’idea in cui i piccoli devono sottomettersi ai grandi, un’idea quasi ottocentesca negli obiettivi e nei mezzi. Un’idea, tuttavia, che non trova paragoni nel passato recente degli Stati Uniti, e che ha lasciato spiazzati gli alleati europei dell’America. Il vero obiettivo di Trump non è soltanto abbandonare l’Europa e le democrazie al loro destino, ma renderle più deboli, dividerle ed osteggiarle. L’Ucraina è solo il primo passo di un riallineamento ideologico ben più generale.
Cosa leggere e ascoltare in proposito
1. L’editoriale dell’Economist sul deterioramento delle relazioni Ucraina-Stati Uniti.
2. Questa puntata di BBC Ukrainecast, in cui un esperto, una parlamentare ucraina e un soldato si chiedono se e quanto l’Ucraina può resistere senza aiuti americani.
ALTRE NOTIZIE IN BREVE
Dazi. Gli Stati Uniti hanno annunciato l’imposizione di dazi su tre dei loro principali partner commerciali: un’imposta del 25% sulle importazioni dal Canada e dal Messico e del 20% sulle importazioni dalla Cina, in quest’ultimo caso si tratta di un raddoppio, dal momento che nel mese di febbraio l’amministrazione Trump aveva decretato un’imposta del 10% sulle importazioni cinesi, mentre le misure contro Canada e Messico, seppur pianificate anche allora, erano state ritardate in seguito ad un accordo all’ultimo minuto con i due paesi. Il primo ministro (dimissionario) canadese, Justin Trudeau, ha reagito imponendo dazi speculari in ritorsione a quelli americani e accusando Trump di voler distruggere deliberatamente l’economia canadese per forzare un’eventuale annessione del Canada agli Stati Uniti, progetto che Trump non ha mai smentito e che anzi ha continuato a rivendicare nei mesi scorsi, appellando provocatoriamente Trudeau come “Governatore” dello Stato del Canada. Considerando che fino ad un mese fa Canada e Stati Uniti, che peraltro condividono il confine più lungo del mondo, erano alleati strettissimi, il tutto appare davvero senza precedenti.
Gaza e Medio Oriente. Mentre il resto del mondo aveva gli occhi puntati sull’Ucraina, un summit di diversi paesi arabi tenutosi al Cairo ha proposto un piano alternativo a quello di Trump per la Striscia di Gaza. Secondo la proposta araba, durante la ricostruzione i palestinesi residenti nella Striscia rimarrebbero in loco e non troverebbero rifugio in Giordania ed Egitto, come invece prevedeva il piano del presidente americano. Inoltre, i tempi della ricostruzione stessa sarebbero accorciati. Se le questioni più spinose da affrontare non sembrano essere risolte, come nota il New York Times, Israele e gli Stati Uniti hanno rigettato la proposta. Nel frattempo, sempre il New York Times riporta come si stia combattendo nel nord-est della Siria, area in cui sono forti le milizie curde, che hanno il controllo di vaste porzioni del territorio: il resto del paese è sotto il controllo delle forze islamiste che hanno rovesciato il regime di Bashar Al-Assad lo scorso dicembre.


