Lo spettro populista nell’Unione Europea a trazione tedesca
Politica e origini (in breve) di una minaccia all'ordine europeo
Germania: un Paese risparmiato dalla prima ondata
Uno spettro si aggira per l’Europa in questi mesi, dopo essersi abbondantemente diffuso in tutto l’Occidente prima della pandemia, senza sparire durante e dopo quest’ultima. Non è naturalmente al comunismo che si fa riferimento (il 2023 non è il 1848), ma ad un aggressivo populismo di destra, se non di estrema destra, anche e soprattutto in contesti in precedenza risparmiati da questa tendenza.
Negli anni precedenti il Covid-19, grossomodo dal 2014 al 2019, la crescita dei partiti populisti è stata una costante della politica di quasi tutti i paesi europei e degli Stati Uniti. L’anno simbolo del populismo in Occidente è senza dubbio il 2016, quando i britannici votarono per uscire dall’Unione Europea e gli statunitensi elessero Donald Trump alla Casa Bianca. L’Italia non è stata certamente da meno. Da molti considerata apripista di questa tendenza, grazie a un Silvio Berlusconi che ha contribuito in maniera determinante a integrare l’estrema destra nel sistema partitico mainstream e che ha ripetutamente adottato toni e modi populisti nei suoi anni al governo e all’opposizione, l’Italia ha conosciuto una crescita del fenomeno populista a partire proprio dal 2016, quando il referendum costituzionale promosso dal governo di centro-sinistra di Matteo Renzi fu rigettato dagli elettori. Nel 2018 si formò il primo Governo Conte, sostenuto da due partiti antisistema come il MoVimento 5 Stelle e la Lega. Nel 2022, gli italiani si sono ritrovati Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni al governo dopo la vittoria elettorale.
Il populismo nazionalista di destra si è ampiamente diffuso anche in Francia, dove Marine Le Pen si è affermata elettoralmente e ha buone possibilità di vincere le presidenziali del 2027, ma anche in Spagna, nei paesi scandinavi e, fuori dall’Europa, in Israele, dove da mesi tiene banco la contestata riforma della giustizia che secondo i suoi detrattori darebbe al governo poteri pressoché illimitati.
In due contesti chiave per l’Occidente, tuttavia, il populismo ha stentato ad affermarsi. Il primo di questi è la Germania. Dopo l’uscita di scena della cancelliera Angela Merkel nel 2021, infatti, è andata al governo la cosiddetta coalizione semaforo, composta dai socialdemocratici del cancelliere Olaf Scholz, dai verdi e dai liberali. Non priva di contraddizioni, questa coalizione ha garantito stabilità a una Germania colpita più di altri dalle ricadute economiche e politiche del conflitto tra Russia e Ucraina. Ha inoltre impedito la crescita di AfD (Alternative fur Deutschland, o Alternativa per la Germania), un partito populista di destra con elementi dichiaratamente neonazisti presenti al suo interno. I temi su cui insiste AfD sono in buona parte quelli di sempre, comuni a tutte le destre estreme d’Occidente: opposizione all’immigrazione, con punte molto radicali quali la minaccia alla sopravvivenza dell’etnia bianca e richiami alla teoria complottista del Great Replacement, sovranismo estremo e critiche alla politica filo-ucraina della Germania e dell’Unione Europea in favore di un approccio più morbido nei confronti della Russia di Putin. Il tutto senza dimenticare gli elementi neonazisti, propri di una minoranza interna ed esterna al partito, a cui si è fatto riferimento poco fa.
Storicamente, la Germania, in buona parte rasa al suolo dopo la Seconda guerra mondiale e letteralmente divisa in due, è riuscita a rielaborare meglio il proprio passato nazista, visto come un orrore da non ripetere mai più nella coscienza collettiva del popolo tedesco, rispetto a paesi come l’Italia, dove a 100 anni dalla marcia su Roma e dalla presa del potere di Benito Mussolini si è insediato un governo di un partito con solide radici neofasciste. Non sorprende pertanto che AfD abbia incontrato ostacoli maggiori nella sua affermazione elettorale e, più in generale, politica, dovendo subire un “cordone sanitario” per il quale tutti gli altri partiti, inclusa l’Unione Cristiano-Democratica di centrodestra, si rifiutano di stringere accordi con esso. Oltre a ciò, la Germania risente ancora delle conseguenze economiche, politiche, sociali e culturali della divisione durante la guerra fredda. Da un punto di vista elettorale, AfD è andato meglio nell’est del paese, più povero e meno sviluppato rispetto all’ovest. E tuttavia, mai come in questi mesi tardo-estivi e ormai autunnali del 2023 la sua crescita ha posto una minaccia tanto concreta. Tra giugno e luglio, l’AfD ha eletto per la prima volta due sindaci in una città della Turingia e in una della Sassonia, entrambe nell’est della Germania. Inoltre, i sondaggi più recenti danno il partito come secondo solo all’opposizione della CDU, davanti alla SPD del cancelliere Scholz. Questo campanello d’allarme non può e non deve lasciare indifferenti i tedeschi e in generale gli europei. Consegnare la Germania ai populisti sarebbe un regalo troppo grande a chi l’Occidente lo detesta e lo combatte, a partire da Vladimir Putin, di gran lunga il maggior beneficiario di ogni successo della AfD.
L’assalto al bastione dell’élite: Bruxelles e Strasburgo
A preoccupare gli europei tuttavia non dovrebbe essere solamente la Germania, ma anche la stessa Unione Europea, che i partiti populisti hanno sempre ritenuto il bastione di un’élite tanto scomoda quanto privilegiata, autoreferenziale e lontana dai (presunti) bisogni reali degli elettori. Da quando è nata, e anche quando era semplicemente la Comunità Europea, l’UE è stata sempre governata da forze europeiste, favorevoli all’integrazione economica e politica e aperte sostenitrici di valori di tolleranza, democrazia e diritti umani. Si temeva un assalto populista alle fortezze di Bruxelles e Strasburgo già nel 2019, quando alle elezioni europee i partiti populisti guadagnarono sì consensi, ma non tali da impensierire, nemmeno lontanamente, l’establishment europeo e le forze politiche europeiste. Si può dunque affermare che l’Unione Europea non abbia mai conosciuto il governo dei populisti, almeno non nelle sue istituzioni (paesi come l’Ungheria non sono già più definibili come democrazie pure, pertanto fuori dalle istituzioni l’Unione ha già una solida esperienza di rapporti con forze politiche dichiaratamente antisistema).
Questa situazione potrebbe cambiare nel 2024, quando si terranno le prossime elezioni per il Parlamento Europeo. Elementi di preoccupazione sono in particolare la virata a destra del Partito Popolare Europeo, la principale forza politica di centro-destra a Bruxelles (dei partiti italiani, Forza Italia è affiliato al PPE). Guidato in parlamento da Manfred Weber, il PPE vanta tra le sue fila anche la Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, che nel 2019 è stata eletta al suo incarico dopo che il PPE aveva candidato lo stesso Weber alle elezioni come possibile Presidente della Commissione. Quest’ultimo è il protagonista di uno spostamento verso destra progressivo del partito a Bruxelles, caldeggiato da alcune forze politiche nazionali ma respinto da altre (come i moderati di centro-destra della Polonia). I recenti voti al Parlamento Europeo su diversi temi ambientali, nei quali il PPE si è unito alla destra più radicale staccandosi dalle altre forze europeiste rappresentano un chiaro sintomo di questa tendenza. A questo si aggiunge la convergenza di vedute e di intenti con partiti dichiaratamente più estremi, come Fratelli d’Italia, sia da parte di Weber che di Von der Leyen, che ha accompagnato Giorgia Meloni in almeno due viaggi in Tunisia (nonché in uno più recente a Lampedusa) nei quali la Presidente del Consiglio italiana ha cercato in tutti i modi, nonostante la svolta autoritaria della Tunisia, di trovare un accordo per fermare le partenze, raggiunto peraltro solo parzialmente.
Da dove viene una simile virata a destra?
Quanto scritto sopra è utile per l’analisi degli aspetti più istituzionali e strettamente politico-elettorali della questione. Cambiamenti più profondi e più rilevanti per spiegare la crescita del populismo in Europa, e dunque nell’Unione Europea, vanno tuttavia ricercati nell’evoluzione storica e sociale della civiltà europea. Sono almeno cinque le cesure fondamentali che hanno segnato l’intero continente e l’intero mondo dalla fine del secolo scorso ad oggi, tutte tra di loro interdipendenti e reciprocamente influenzanti. In ordine cronologico, dalla fine degli anni Settanta ad oggi l’Europa ha conosciuto un processo di deindustrializzazione senza precedenti: le dottrine neoliberiste di Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Stati Uniti hanno avuto un impatto minore in Europa continentale, specialmente in Germania, che resta una potenza manifatturiera di assoluto rilievo. Minore, ma non trascurabile. Anche le economie europee hanno visto un drastico aumento della quota dei servizi rispetto al settore secondario, tendenza destinata a persistere in futuro. Alla deindustrializzazione segue la globalizzazione e l’apertura incondizionata dei mercati occidentali al resto del mondo. Il minor costo del lavoro e la delocalizzazione di interi settori produttivi hanno fatto il resto. In questo contesto, il terzo grande fattore è rappresentato dall’allargamento dell’Unione Europea e dunque dei confini dell’Occidente, realizzatosi progressivamente a partire dagli anni Novanta ai primi anni della seconda decade del nuovo millennio. Politicamente opportuno e culturalmente ancora di più, l’allargamento dell’UE ha tuttavia contribuito alla delocalizzazione e allo spostamento ad est del motore industriale europeo, impoverendo il ceto medio dei paesi dell’ovest. Ha anche spostato i fondi strutturali e di coesione dell’Unione Europea, destinati alle aree più povere e meno sviluppate del continente, dai Paesi fondatori a quelli entrati più di recente.
Negli anni duemila, inoltre, ha preso piede un fenomeno del tutto nuovo e si sono manifestate le prime evidenti conseguenze di un fenomeno più vecchio, sorto in Europa almeno a partire dall’ultimo quarto di secolo del Novecento:
Il fenomeno tutto nuovo è un’autentica rivoluzione tecnologica, quella digitale, che non ha tralasciato nessun aspetto della vita quotidiana in Europa e ben oltre l’Europa. Non è questa la sede per analizzare le conseguenze della digitalizzazione sulla politica europea; basti ricordare che grazie ad essa l’impatto della globalizzazione, anche quello positivo, è cresciuto a dismisura sulle società di tutto il mondo, ripercuotendosi negativamente in particolare sul ceto medio dei paesi occidentali, politicamente sostenitore soprattutto di partiti moderati di centro-destra.
Il fenomeno già in atto in precedenza è il processo di secolarizzazione. La religione cristiana è stata un fondamento anche politico per l’intero continente europeo non per il secondo dopoguerra, ma forse per l’intero secondo millennio e per buona parte del primo. Da quando l’imperatore Costantino nel 313 d.C., con l’editto di Milano, ha proclamato la libertà di culto nei confini dell’Impero Romano, la religione cristiana non ha fatto che diffondersi in Europa. Nel Medioevo Papa e Imperatore contestavano la supremazia dell’uno sull’altro appellandosi alla missione divina del loro mandato, mentre in età moderna i re assoluti, come Luigi XIV, hanno fondato la loro legittimità sulla discendenza diretta dalla divinità. La Rivoluzione francese e Bonaparte non hanno annientato il cristianesimo, e neppure la Rivoluzione russa. Masse ed élites sono sempre state accompagnate da una fede comune, punto di incontro e di riferimento per milioni di persone. Questo edificio dalle solide fondamenta ha iniziato a crollare all’inizio del XXI secolo, specialmente tra le giovani generazioni, lasciando un elettorato in precedenza cristiano privo di riferimenti sociali, dunque politici.
Questa breve digressione mette luce su un nodo cruciale della politica europea di oggi: il populismo ha radici profonde ed è destinato ad attecchire dove in precedenza non ha attecchito. Il fatto che si tratti dell’Unione Europea e del paese che più di tutti con essa si identifica dovrebbe indurre le forze moderate ed europeiste a cercare soluzioni immediate, ma non improvvisate, perché il populismo è qui per restare.


