L’opposizione al governo Meloni
La divisione non giova a nessuno: è tempo che le opposizioni si parlino (almeno due di loro), ciascuna nel rispetto della loro identità
La destra ha vinto le elezioni, ottenendo una maggioranza parlamentare per formare un governo. Giorgia Meloni, leader del partito più votato della coalizione e in assoluto, è diventata la prima donna Presidente del Consiglio. Il Governo ha giurato, ha ottenuto la fiducia e si è ufficialmente insediato.
Il ritorno di un governo politico è una buona notizia per l’Italia. La maggioranza che ha sostenuto Mario Draghi non poteva che essere temporanea e legata a circostanze specifiche, quali la pandemia da Covid-19 e la conseguente crisi economica. Il Governo Draghi ha ottenuto ottimi risultati, attuando riforme necessarie ma al contempo politicamente irrealizzabili e per questo non realizzate da governi politici. Ha messo in sicurezza l’Italia in un momento di grande incertezza economico-finanziaria, sanitaria e, più recentemente, internazionale, riaffermando la centralità del Paese nell’Unione Europea e nella NATO. Far cadere quel governo è stato un grave errore, come questo blog ha sottolineato a suo tempo. Tuttavia, la crisi del governo non è iniziata a luglio, ma a gennaio, quando Mario Draghi non è stato eletto alla Presidenza della Repubblica. Era chiaro che Draghi avrebbe preferito quel ruolo a quello di Presidente del Consiglio (“sono un nonno al servizio delle istituzioni”, disse nell’ultima conferenza stampa del 2021), così come erano evidenti le divisioni della maggioranza in seguito alla rielezione di Mattarella: mentre al PD questo esito non è mai dispiaciuto, anzi, è stato un fallimento per la Lega e per Matteo Salvini. Se il governo non è caduto prima, probabilmente è anche per lo scoppio della guerra in Ucraina: nei primi mesi del conflitto, di fronte allo sgomento dell’opinione pubblica e delle forze politiche (tutte, anche se per ragioni diverse e in maniera diversa) l’Italia aveva bisogno di un governo forte e autorevole guidato da personalità all’altezza (e chi meglio dell’allora premier!). Con la prosecuzione della guerra e con il venir meno dello spiazzamento iniziale, sono emerse le fratture all’interno della maggioranza e il governo non ha retto. Del resto, si è anticipato di qualche mese quello che sarebbe successo all’inizio del 2023 con la scadenza naturale della legislatura.
Non va pertanto vista negativamente una maggioranza politica, anzi. Nonostante i suoi problemi e la sua scarsa reputazione a livello internazionale, l’Italia resta un grande Paese e una grande democrazia, membro del G7, fondatore dell’UE e della NATO. Come tale, merita una classe politica in grado di assumersi le responsabilità di governo e di opposizione, parimenti importanti. Se il governo non si dovesse rivelare all’altezza delle aspettative, è giusto che i cittadini abbiano l’opportunità di scegliere un programma alternativo, una classe dirigente e una leadership alternativa e, più in generale, una visione alternativa dell’Italia e del mondo.
I dubbi sul fatto che il governo Meloni sia all’altezza del compito sono molteplici, per vari motivi. La congiuntura internazionale e quella economica di questi tempi complicherebbero il cammino di qualsiasi governo, ma le divisioni della maggioranza anche su temi importanti (si pensi alle dichiarazioni dell’ex Presidente del Consiglio Berlusconi sull’Ucraina) e alcune nomine ministeriali non trasmettono fiducia circa la capacità di raggiungere gli obiettivi prefissati.
Tuttavia, il tema qui rilevante è quello dell’opposizione. Un’opposizione efficace deve presentarsi, come ricordato sopra, come una valida alternativa al governo del momento. Deve essere un government-in-waiting, ovvero un governo in attesa, pronto a subentrare a quello in carica alla prima occasione utile, previo ottenimento di una maggioranza parlamentare. Deve avere una chiara visione del Paese e del mondo, una leadership autorevole e in grado di ottenere il consenso degli elettori. Deve essere chiaramente alternativa al governo in carica.
L’opposizione al governo Meloni si presenta invece divisa, senza leadership e senza visione, dunque incapace di presentarsi come alternativa al Governo. Se è vero che la costruzione dell’opposizione generalmente richiede più tempo di quella del governo, dal momento che gli sconfitti alle elezioni devono spesso scegliere un nuovo leader e ridefinire il proprio programma, i primi segnali non sono affatto incoraggianti.
Anzitutto perché le opposizioni sono tre e al momento non sembrano in grado di instaurare una dialettica comune, che gioverebbe a tutte e tre. Il Partito democratico, principale partito fuori della maggioranza di governo, è all’inizio di quella che si preannuncia una lunga fase congressuale che si dovrebbe concludere a marzo con l’elezione del successore di Enrico Letta come segretario. Di parole sulle divisioni interne al PD ne sono state scritte già moltissime, ma alcune riflessioni sono elencate nei punti seguenti in maniera sintetica ed essenziale.
Il Congresso ha tempi probabilmente troppo lunghi, con il rischio che la discussione si concentri più sulla sopravvivenza dell’attuale classe dirigente che sull’effettivo ruolo del partito nel sistema politico italiano nel 2022 e nei prossimi anni, alla luce delle recenti sconfitte elettorali. Il principale partito di opposizione può permettersi di rimanere di fatto senza leader per sei mesi? Probabilmente no.
Il PD deve riflettere sulla cosiddetta “vocazione maggioritaria” e sulla possibilità di aprirsi a coalizioni paritetiche con altri partiti. Non superare sistematicamente il 20% alle elezioni e avere ambizioni maggioritarie sono condizioni in contraddizione tra loro.
Qual è il ruolo e il senso del PD oggi, in un mondo diverso da quello in cui il partito è nato e anche da quello in cui i soggetti che lo hanno costituito (DS, Margherita,…) sono nati? Chi vuole rappresentare e, di conseguenza, di quali istanze si vuole fare portatore il Partito democratico oggi? Sono domande improcrastinabili, a cui il PD deve trovare una risposta da fornire ai suoi iscritti, ai suoi elettori e all’Italia in generale.
Oltre al Partito Democratico, è d’obbligo occuparsi dei 5 Stelle. Il MoVimento era dato per spacciato da buona parte della stampa e della politica prima di queste elezioni, ma si è dimostrato in grado di ottenere consensi rilevanti specialmente in determinate aree del Paese, sorprendendo molti, inclusi gli autori di questo blog: va pertanto considerato come un attore non irrilevante nelle dinamiche dell’opposizione al governo Meloni. Il M5S sta occupando sempre di più uno spazio alla sinistra del Partito Democratico, forse lasciato vuoto proprio da quest’ultimo, portando avanti sia battaglie identitarie (come il reddito di cittadinanza), sia tipiche della sinistra più radicale (il salario minimo, il pacifismo).
Vi sono poi Azione e Italia Viva, che hanno ottenuto un risultato elettorale di tutto rispetto per essere una lista nata poco prima delle elezioni ma al di sotto delle loro aspettative. Se durante le elezioni il leader era Carlo Calenda di Azione, in questo momento è Matteo Renzi di Italia Viva ad assumere un profilo più da leader e a guidare i parlamentari. Il Terzo polo è, tra le opposizioni, il più disponibile a sostenere il governo in caso di difficoltà: con la maggioranza vi è comunanza di visioni sulla giustizia, per esempio, e non è detto che i parlamentari terzopolisti si opporranno ad un’eventuale riforma di questo settore. Il Terzo polo è pertanto all’opposizione, ma in maniera meno netta rispetto a PD e M5S.
Al netto delle differenze, è necessario che le opposizioni si parlino e trovino punti di convergenza si coordinino su di essi, almeno per quanto riguarda il Partito Democratico e il MoVimento 5 Stelle (o il Terzo Polo, meglio ancora tutti e tre), nel rispetto del Congresso del primo e della strada che deciderà di intraprendere. Avere opposizioni distinte rafforza il governo, che può nascondere le sue divisioni interne ed esacerbare quelle degli avversari. Un’opposizione autorevole non può essere divisa, ma deve essere unita nell’interesse del Paese e nella volontà di contrastare l’azione del governo in carica. Un’opposizione unita è più efficace, perché i partiti al suo interno non pensano a contendersi il consenso di chi è già contrario ai partiti di maggioranza, ma erodono quello di questi ultimi. Un’opposizione unita, in un contesto in cui vi sono due forze politiche che hanno ottenuto un risultato elettorale non distante l’una dall’altra, devono necessariamente agire in condizione paritetica e senza pretese di imporre la propria agenda e leadership anche all’altra forza. Dal punto di vista ideologico, avere una parte dell’opposizione più moderata e una più radicale è pienamente nella natura politica delle cose: non è così anche per la destra e per la sinistra altrove in Europa?
L’unica forma di contrasto alla destra è l’unità delle opposizioni: andare separati in un sistema parzialmente maggioritario rappresenta un suicidio politico e un regalo agli avversari. Superare, rispettandole, le divergenze, è l’unico modo per opporsi efficacemente e per vincere le elezioni. Non è impossibile.


