Non si fa la politica commerciale come Donald Trump!
Chi vuole riformare l’ordine economico mondiale non può che essere contrario ai dazi americani
In linea di principio, una riforma dell'ordine economico globale potrebbe costituire un obiettivo meritorio. Le crescenti disuguaglianze tra Paesi e continenti e la grave minaccia che il cambiamento climatico rappresenta per la vita umana e dunque per lo sviluppo e il benessere economico sono solo due delle ragioni per cui molti, tra cui in parte anche questa newsletter, sostengono che l'attuale assetto dell’ordine economico non funzioni più molto bene. Aggiungendo a tutto questo le conseguenze della globalizzazione economica nei Paesi più ricchi, in cui posti di lavoro un tempo sicuri per i lavoratori meno qualificati sono stati trasferiti nei Paesi in via di sviluppo per consentire alle imprese di risparmiare sui salari e sugli standard di lavoro, si potrebbe ricavare una tesi piuttosto solida a favore di un cambiamento delle “regole del gioco” in fatto di economia internazionale. Proprio in queste settimane stiamo assistendo ad una profonda ristrutturazione dell'economia mondiale in seguito all'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Sarebbe dunque logico ipotizzare che chi sia favorevole ad un cambiamento delle suddette regole sostenga Trump nel suo sforzo di cambiarle. Invero, nonostante tutte le nobili cause elencabili a giustificazione di un nuovo ordine economico, il modo in cui Trump lo sta realizzando è del tutto sconsiderato e rischia di provocare un’enormità di danni e nessun beneficio.
Anche se in passato varie amministrazioni statunitensi, sia democratiche che repubblicane, hanno sostenuto il libero scambio nella convinzione che i suoi benefici fossero superiori ai suoi costi, Donald Trump da sempre esprime disprezzo per la globalizzazione dell’economia, accusando i paesi stranieri e in particolare gli alleati degli Stati Uniti di aver tratto profitto dalla presunta generosità degli statunitensi. Il mese scorso ha persino affermato che l'Unione europea sia nata per "fregare" gli Stati Uniti. Anche se è lecito dubitare che Trump si preoccupi degli effetti del cambiamento climatico, visto che si è circondato di persone che non credono al riscaldamento globale, o della disuguaglianza nel mondo, visto che è un miliardario come pure gran parte degli esponenti della sua amministrazione, Trump è certamente più sensibile alla rabbia degli elettori americani che hanno perso il lavoro a causa della delocalizzazione, e molti di questi elettori hanno votato il Partito Repubblicano alle ultime elezioni. Non deve quindi sorprendere che Trump stia cercando di rimodellare un sistema economico che, a suo avviso, ha danneggiato gli Stati Uniti: ha il potere e il mandato per farlo.
Finora Trump si è principalmente servito di dazi doganali generalizzati (o della minaccia di introdurli) come mezzo per raggiungere i suoi obiettivi economici internazionali. Nei primi due mesi del suo secondo mandato ha imposto un dazio del 20% sulle importazioni dalla Cina e ha minacciato di fare lo stesso (con qualche piccola differenza) con Canada e Messico, che sono tra i maggiori partner commerciali degli Stati Uniti. Più di recente, il 26 marzo scorso, Trump ha annunciato un dazio del 25% su tutte le importazioni di veicoli, comprese le componentistiche delle auto, con conseguenze potenzialmente disastrose per un settore altamente globalizzato dell'economia mondiale: il dazio sulle auto dovrebbe avere effetto dal 2 aprile.
Agendo in questo modo, però, Trump sta suscitando allarme in tutto il mondo e anche nel suo Paese, e non a torto. Anzitutto, la maniera “imperiale” con cui sta distruggendo (soprattutto mediante ordini esecutivi e senza consultare il Congresso o istituzioni multilaterali come l'Organizzazione Mondiale del Commercio) un sistema commerciale che ha richiesto decenni per essere costruito, la dice lunga sul suo atteggiamento sprezzante per le pratiche di governo da un lato più convenzionali, dall’altro anche più democratiche.
Le imprese e i consumatori americani dovrebbero essere i primi a protestare contro la decisione di Trump, perché saranno loro a subire le conseguenze più negative dei dazi. Un dazio, infatti, è sostanzialmente una tassa sulle importazioni che le imprese americane dovranno pagare e che nella maggior parte dei casi scaricheranno sui consumatori americani, che dunque pagheranno prezzi più alti sui prodotti che acquistano. Anche se Trump sostiene che le imprese possono evitare la nuova tassa se scelgono di trasferire la produzione negli Stati Uniti, tutto questo è praticamente impossibile da realizzare nel breve termine per settori con catene di approvvigionamento globali come l'industria automobilistica: le imprese, per esempio, devono costruire nuovi stabilimenti industriali prima di poter trasferire la produzione, e ciò richiede molto tempo.
A livello internazionale, i dazi di Trump comporteranno la perdita di migliaia di posti di lavoro, dal momento che la domanda americana di beni di consumo diminuirà a causa dell'aumento dei prezzi, minacciando in particolare alcuni alleati americani come il Giappone, la Corea del Sud e la Germania, paesi, questi, che esportano gran parte dei loro beni negli Stati Uniti. Peraltro, tutto ciò avviene in un momento in cui questi stessi paesi stanno rivalutando le loro relazioni in materia di sicurezza e difesa con gli Stati Uniti, i quali non sono più visti come un partner affidabile.
Tuttavia, nel lungo periodo c'è un'altra conseguenza dell'imposizione di dazi che dovrebbe suscitare preoccupazione in tutto il mondo. In questo senso, può essere utile ricordare un esempio storico. Alla fine degli anni Venti e all'inizio degli anni Trenta, al culmine della Grande Depressione iniziata nel 1929 con il crollo di Wall Street, la prima risposta dell'amministrazione statunitense guidata dal repubblicano Herbert Hoover consistette principalmente nell'imposizione di dazi ad alleati e avversari per stimolare la produzione industriale nazionale e per scongiurare un ulteriore peggioramento delle condizioni economiche. Tutto ciò, tuttavia, si tradusse in un massiccio aggravarsi della crisi sia negli Stati Uniti che, soprattutto, a livello internazionale, specialmente nei Paesi la cui sorte economica era profondamente legata a quella degli Stati Uniti, come i Paesi dell'America Latina e, soprattutto, come la Germania. In quest’ultimo caso, il conseguente crollo economico dovuto alla fine degli investimenti statunitensi nel paese ebbe un ruolo considerevole nell'ascesa del partito nazista, fino ad allora una forza marginale nella politica tedesca, partito che invece guadagnò molti consensi a causa della crisi economica.
In quanto strumento di politica economica, i dazi possono infatti avere anche un impatto politico: secondo alcune delle principali teorie delle relazioni internazionali, l'interdipendenza economica favorisce il mantenimento della pace e riduce le probabilità di guerra tra gli Stati. Sebbene ciò non sia provato in tutti i casi (l'integrazione della Cina nell'economia globale, ad esempio, non ne ha attenuato l'aggressività), è vero anche il contrario: l'autarchia economica è causa di conflitti, come sottolinea il già citato caso tedesco. Non c'è dunque da stupirsi che nel 1944, in occasione di un'importante conferenza internazionale a Bretton Woods, gli Stati Uniti, guidati in quell’occasione dal presidente democratico Franklin Delano Roosevelt, si siano fatti portavoce di un sistema di libero scambio per l'ordine economico del secondo dopoguerra! Non c'è nemmeno da stupirsi del fatto che, dopo la Prima Guerra Mondiale, una voce solitaria, quella di John Maynard Keynes, abbia denunciato il Trattato di Versailles per il rischio di ulteriori guerre e abbia contestualmente proposto di ridurre gli attriti economici tra paesi invece di aumentarli con nuove frontiere!
Va infine sottolineato che Trump non ha mai fatto mistero della sua volontà di raggiungere obiettivi politici con mezzi economici. L'ex Primo Ministro del Canada ha avvertito che il Presidente degli Stati Uniti vuole di fatto distruggere l'economia canadese per annettere il Paese agli Stati Uniti, mentre il Primo Ministro in carica è il favorito per la vittoria alle elezioni del 28 aprile, in una campagna elettorale dominata dal tema “Donald Trump”. Pertanto, a coloro che desiderano un ordine economico diverso, fondato sulla giustizia, l'equità e l'uguaglianza delle opportunità, i dazi sconsiderati di Donald Trump al resto del mondo devono apparire come una seria minaccia, non come uno sviluppo gradito.


