Per un approccio intelligente all’intelligenza artificiale
Un caso di scuola e riflessioni generali
Tra qualche mese ChatGPT compirà un anno, anno che in ogni caso sarà degno di essere ricordato per la azienda, gli uomini e le donne che lo hanno messo a punto, ossia OpenAI e i suoi dipendenti. Prima che arrivasse Threads, il nuovo Twitter di Meta, ChatGPT era riuscito a battere molti record, se non tutti, in termini di numero di account registrati nei giorni immediatamente successivi al lancio e di velocità con la quale quel numero è stato raggiunto. Data la dirompenza e le enormi potenzialità di questo LLM (large language model), tutto ciò non può stupire.
Al contrario, stupiscono di più alcuni appelli e prese di posizione quantomeno stravaganti, se non del tutto inappropriate o fuori dal vaso, e non dal coro. C’è chi ha sostenuto, per esempio, che ChatGPT non sarà mai in grado di versare una lacrima come un essere umano. A quanto pare non è superfluo né ridondante ricordare che ChatGPT non sia un essere umano né un essere vivente, ma un software programmato per svolgere compiti molto precisi che riesce effettivamente a svolgere. Ne corre di differenza tra lo strumento e chi lo utilizza, e solo quest’ultimo è in grado di provare sentimenti.
Meno campati per aria e più sostanziosi e cogenti appaiono appelli di altro tenore, come quello di docenti ed educatori in generale, preoccupati dall’utilizzo negativo nelle scuole e nelle università di software come ChatGPT. Indubbiamente, la diffusione dell’intelligenza artificiale al Mario Rossi medio, dunque fuori dalla bolla della Silicon Valley e dei fanatici di big tech, pone dei rischi. In questo caso, un copia-in-massa nelle scuole e nelle classi di tutto il mondo non è più una distopia orwelliana di un mondo destinato a rimanere ignorante e a diventarlo sempre di più, ma una prospettiva per certi versi concreta: parte degli studenti ha sempre copiato, ma oggi è più semplice farlo, in barba ai controlli dei professori.
Una soluzione potrebbe essere l’estensione del divieto (per certi versi sciagurato, come si analizza sotto) dell’utilizzo degli smartphone a scuola all’intelligenza artificiale. Questa misura, tuttavia, sarebbe populista e controproducente, così come è stato populista e controproducente il divieto originario. Dire di aver bandito l’intelligenza artificiale dalle classi è un po’ come dire di aver abolito la povertà, la cui abolizione peraltro sarebbe avvenuta cinque anni fa, nel settembre 2018, almeno a detta dell’ex ministro Luigi Di Maio. Vi risulta? No, eh?
Non è difficile immaginare come un ministro dell’istruzione a caso di un governo in difficoltà possa annunciare una misura del genere, attraendo la solita polemica tra sedicenti tradizionalisti, che definiscono pazzi gli altri, e sedicenti innovatori, che definiscono retrogradi i primi. Ci sarebbe tuttavia un piccolo problema: i ragazzi continuerebbero a usare l’AI, a maggior ragione fuori da una scuola sempre più chiusa in sé stessa che glielo vieta, smentendo la sua deplorevole vocazione professionalizzante e di ricerca del lavoro a tutti i costi (”il mondo del lavoro”) e venendo meno alla sua reale funzione educatrice e formativa, di un cittadino in grado di orientarsi nel mondo. E un cittadino che esce di scuola non sapendo come usare correttamente l’intelligenza artificiale o, peggio ancora, lo smartphone nel secolo XXI è un cittadino non formato bene in quanto cittadino, o essere umano, prima che lavoratore. Il tutto in un mondo sempre più complesso che va avanti (ci sarebbe da chiedersi dove, ma non è questa la sede) a tutta velocità e in cui i tradizionali punti di riferimento sono sempre più rarefatti.
Non è questa la sede per discutere analiticamente ed effettivamente di come l’intelligenza artificiale debba essere insegnata nelle scuole e nelle università. Un discorso come quello appena formulato potrebbe essere esteso a centinaia di altri campi della vita professionale e quotidiana di ciascuna e ciascuno di noi. Più che altro, occorre dunque trovare riferimenti, regole, obiettivi e strategie comuni per tutta l’umanità nel suo rapporto con il nuovo elefante nella stanza, l’intelligenza artificiale. Per quanto ingombrante, la questione non è più differibile.
Chi scrive è certamente tra i meno titolati a farlo e non può che limitarsi ad alcune riflessioni di carattere generale sull’argomento, magari indicando una possibile strada di analisi e partendo dalle basi, dunque dal significato letterale e più immediato della cosa con cui abbiamo a che fare distinguendola da ciò che non è, con qui dunque non abbiamo a che fare.
Che cos’è l’intelligenza artificiale? Cosa significa “intelligenza”? Cosa significa “artificiale”?
Per come la intendiamo noi esseri umani, l’intelligenza è una caratteristica intrinsecamente umana, nostra. Il pensiero, la comprensione e la produzione di fatti, cose che vanno al di là del mero obiettivo della sopravvivenza, li abbiamo solo noi. Che questo avvenga con parole, immagini o azioni pratiche non è del tutto rilevante ai fini dell’intelligenza. Gli animali pensano, ma in modo diverso. Le macchine no, inclusa l’intelligenza artificiale. Come abbiamo appena visto, l’azione è solo uno dei mezzi mediante il quale si realizza il pensiero, ma anche le parole sono solo un mezzo: gli artisti riescono a comunicare messaggi senza parlare, e lo stesso i musicisti. Come ha ripetutamente sottolineato nei suoi libri Luciano Floridi, professore di filosofia del digitale, vi è una sostanziale differenza tra la capacità di pensare e la capacità di agire: gli uomini possono abdicare alla seconda per dedicarsi con maggiore profitto alla prima, e sono proprio invenzioni come l’intelligenza artificiale a permettere agli esseri umani di far avanzare il pensiero. Il fatto che questo avvenga a discapito dell’azione non è certamente privo di conseguenze, e ha notevoli implicazioni ad esempio sulle professioni e sul lavoro in generale: compiti più tecnici possono certamente essere svolti meglio dalle macchine che da un essere umano. Ma non è forse una costante della storia quest’ultima? E, soprattutto, non rientra nella definizione di “artificiale” la capacità di agire?
L’intelligenza umana è dunque un’altra cosa, e questa premessa è fondamentale per capire effettivamente cosa sia questo misterioso sputaparole. Quelli che i giornali chiamano i “guru dell’intelligenza artificiale” non sono altro che i venditori di un prodotto, che devono rendere conto a investitori/creditori, che forse hanno creduto o vogliono credere di avere a che fare con il tanto temuto superuomo. Ancora, tuttavia, non ci siamo arrivati, e forse non ci arriveremo mai. Però, partiamo da qui, da cosa sia l’intelligenza e cosa l’artificio, e dal perché pensiero e agire, seppur interagenti, siano profondamente distinti. Meglio delle lacrime, anche per non piangere, in futuro, sul latte versato.


