Politica e laicità
I due problemi della copertura mediatica italiana della morte di Papa Francesco.
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
Articolo 7, comma 1, della Costituzione della Repubblica Italiana
La copertura mediatica della morte di Papa Francesco, avvenuta improvvisamente (nonostante una lunga malattia) lo scorso 21 aprile, è stata perfettamente coerente con quello che di norma i media italiani propongono ai loro lettori o spettatori quando trattano del Vicario di Cristo, ossia un’agiografia della persona e delle sue opere a reti e giornali unificati. Intendiamoci, questa newsletter non ha niente contro Papa Francesco, che ha anzi tentato di riformare un’istituzione paralizzata da decenni, portandola più vicino ai cosiddetti “ultimi” e più in generale marginalizzati, dopo un pontificato, quello di Benedetto XVI, in cui la Chiesa si era invece allontanata da essi: per queste ragioni, il Papa appena scomparso merita soltanto delle lodi, avendo tentato di riportare la Chiesa alle sue origini umili e caritatevoli. Il commento qui proposto non costituisce dunque una critica rivolta a Papa Francesco e ai suoi estimatori, ma al modo in cui la sua morte è raccontata in questi giorni in Italia.
Il problema dell’approccio dei media a qualsiasi morte di un Papa è duplice. Da un lato, esso trascura la dimensione eminentemente politica che la Chiesa ha avuto e continua ad avere almeno dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente, convenzionalmente stabilita nell’anno 476, e probabilmente anche da prima, da quando cioè il centro di gravità dell’Impero romano si è spostato verso oriente e il Papa è diventato la figura di riferimento anzitutto temporale di Roma, dell’Italia e di tutta l’Europa Occidentale. Da allora non è più possibile considerare il Papa come mero Vicario di Cristo in senso religioso e dottrinale: bisogna piuttosto allargare lo sguardo ed analizzare le implicazioni politiche, dunque di potere, che la sua figura ha assunto.
Per esempio, non si può condannare senza appello Alessandro VI Borgia per la sua dissolutezza morale senza considerare la sua straordinaria influenza nella divisione del continente americano tra spagnoli e portoghesi, espressa nella Bolla Inter Caetera (1493), che pose le basi per il successivo Trattato di Tordesillas (1494) che sancì l’effettiva spartizione tra le due potenze: decisioni, queste, che hanno dato il via alla colonizzazione europea delle Americhe, e che sono state disattese dagli inglesi, che si sono presi il Nord a partire dall’inizio del ‘600, anche e soprattutto in quanto protestanti. Decisioni, dunque, di ben maggiore impatto politico rispetto all’aver generato una cospicua prole.
Similmente, non si può dare una valutazione complessiva di Papa Francesco se non si considerano le sue controverse decisioni sull’apertura al dialogo con la Cina, al prezzo tuttavia di aver concesso a Pechino di avere più di una voce in capitolo sulla nomina dei vescovi in quel paese, ma anche sull’Ucraina, paese che Francesco non ha visitato da quando è scoppiata l’invasione nel 2022, peraltro mai propriamente condannata né attribuita alla Russia, con la quale il dialogo religioso e politico non si è mai fermato. Sono, queste, decisioni ben più discutibili e contestabili delle visite ai detenuti o delle dichiarazioni sulle donne nel clero, ma anche dalle conseguenze maggiori e più durature, seppur mascherate, del pontificato di Francesco: proprio per questo, i giornali non possono trascurarle e fare finta di niente, perché così facendo non rendono un buon servizio pubblico, insito nella loro missione.
Dall’altro lato, una copertura mediatica onnipresente, agiografica e per giunta del tutto silenziosa sulla politica temporale del Vaticano sembra dimenticare la laicità formale e in teoria sostanziale dello Stato italiano, di cui Francesco non era il Capo. Che il Papa sia una figura di prestigio in tutto il mondo, inclusa l’Italia, un paese cattolico a dispetto della crescente secolarizzazione che la sta investendo, non può giustificare una copertura mediatica maggiore in quantità e più lodevole in qualità di quella che si riserverebbe ad un qualsiasi Presidente della Repubblica, lui sì il Capo di questo Stato. Per di più, la storia dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica è fatta di alti e bassi, dalla “libera Chiesa in libero Stato” di Cavour ai Patti Lateranensi, che sono soltanto una parte di questa storia, aspetto da non sottovalutare ma costantemente disatteso dai media, che dipingono l’Italia come un paese completamente in lutto quando buona parte della popolazione non va quasi mai neppure alla messa domenicale, indipendentemente dalla grandezza morale del Pontefice in questione, apprezzato da molti ma non da tutti.
Certamente, l’attuale compromesso costituzionale, entrato in vigore nel 1948, tra una tradizione clericale di stampo democristiano e una anticlericale di stampo comunista e liberale sancisce la laicità dello Stato, ma nella cornice dei Patti del 1929, riformati nel 1984: se il testo fosse chiaro, non sarebbe il frutto di un compromesso. Tuttavia, che cosa può significare laicità, se non separazione tra Stato e Chiesa e distinzione tra Papa e autorità nazionali, pur nel rispetto di una figura così eminente ma allo stesso tempo così politica? E può questo principio essere subordinato ai Patti Lateranensi, uno dei più importanti retaggi del regime fascista ma di fatto oggi mai messo in discussione, neppure da chi antifascista si proclama?
Ignorare che l’Italia sia laica, e ignorare come una significativa fetta di paese sia quantomeno scettica nei riguardi dell’istituzione Chiesa, rende la copertura mediatica della morte di un qualunque Pontefice parziale e come tale incompleta, se questa copertura assomiglia più ad un’agiografia medievale che al giornalismo contemporaneo. Anche questa è mancanza di rispetto e di valorizzazione del servizio pubblico da parte dei giornali, a dispetto della loro missione democratica.



Complimenti per l’articolo.
Purtroppo questa orgia mediatica e’ una dimostrazione della pochezza e del provincialismo dell’informazione italiana, a cui non par vero una volta tanto di non parlare di femminicidi o del prossimo festival di Sanremo, approfittando oltretutto di un evento luttuoso di tale importanza per farne un palcoscenico per le convenzionali diatribe politiche.
E ne avremo ancora per 4 giorni!