Un continente di musichette mentre fuori c’è la morte
L’Europa è irrilevante in un mondo che cambia così rapidamente
Come per molte altre questioni, la serie tv comica Boris offre una metafora perfetta per il ruolo dell’Unione Europea, dei suoi Stati membri e più in generale per il ruolo del continente europeo, nelle vicende mondiali di questi ultimi giorni. In uno degli ultimi episodi della terza stagione, uno dei tre sceneggiatori parla dell’Italia del futuro come di “un paese di musichette mentre fuori c’è la morte”, riferendosi al fatto che la fiction italiana ritrae una realtà macchiettistica, convenzionale, mascherando “il peggior conservatorismo” con un finto progressismo, mentre il resto del mondo va avanti e segue traiettorie piuttosto diverse, traiettorie che la televisione italiana non coglie e non restituisce ai suoi spettatori.
Nella notte tra il 21 e il 22 giugno, per decisione del Presidente Donald Trump, gli Stati Uniti si sono uniti a Israele nella sua guerra contro l’Iran iniziata poco più di una settimana fa, bombardando i tre principali siti in cui l’Iran starebbe mettendo a punto la bomba atomica. È una decisione, questa, che ha il potenziale di ridisegnare la mappa del Medio Oriente, nel bene come nel male, caratterizzandosi per una scelta molto rischiosa che potrebbe anche ritorcersi contro gli stessi Stati Uniti, nonché contro Israele, che si gioca praticamente tutto in questa guerra che esso stesso ha scatenato.
Al di là di valutazioni morali e pratiche sul dipanarsi delle azioni militari, valutazioni che richiedono tempo e ulteriori sviluppi per essere fatte e che eventualmente saranno l’oggetto di altri articoli di questa newsletter, non può non saltare all’occhio la totale e assoluta impotenza dell’Unione Europea e dei paesi europei in questa vicenda. Intendiamoci, questa impotenza non sorprende e anzi costituisce una costante di tutte le guerre degli ultimi decenni, e tuttavia in un mondo che cambia così rapidamente essa assume caratteri preoccupanti per la nostra stessa sicurezza, tale da caratterizzare il continente per un luogo di musichette mentre fuori c’è letteralmente la morte, per citare lo sceneggiatore di Boris.
Indubbiamente, le vicende di questi giorni costituiscono una sconfitta per gli europei, i quali si erano impegnati profondamente nella negoziazione dell’accordo sul nucleare promosso dall’Amministrazione Obama (sottoscritto anche da alcuni paesi europei) per poi vedere quell’accordo reso carta straccia dall’Amministrazione Trump nel 2018, senza consultarsi con i firmatari europei. Inoltre, è superfluo ricordare come per vicinanza geografica una guerra mediorientale ha conseguenze maggiori per l’Europa che per gli Stati Uniti, in termini di ricadute sui prezzi dell’energia, crisi migratorie e molto altro.
Da un punto di vista diplomatico, la sconfitta europea non ha impedito che le azioni dei principali governi (tra i quali l’Italia, ridotta a macchietta delle macchiette, non rientra) fossero caratterizzate da un maldestro tentativo di mediazione tra le parti, spingendo soprattutto l’Iran a sedersi al tavolo dei negoziati e ad accettare di fatto le condizioni di Trump e del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, che l’Iran ovviamente non ha potuto accettare. Lo stesso Donald Trump ha ridicolizzato la mediazione europea, dicendo che difficilmente gli europei sarebbero stati d’aiuto a risolvere la crisi: come dargli torto!
Inoltre, per porre ulteriormente in dubbio e in ridicolo il ruolo di mediatori, gli europei non sono riusciti a distanziarsi completamente dagli Stati Uniti e da Israele, di fatto schiacciandosi sulle loro posizioni (almeno all’apparenza), non hanno condannato gli attacchi israeliani e sono apparsi piuttosto silenziosi sulle scelte di Trump, quando queste ultime erano ancora ipotetiche e presenti soltanto nella mente del presidente. Le reazioni all’intervento americano sono ancora poche, ma già il Regno Unito ha di fatto detto di approvare le scelte dell’Amministrazione, lo stesso Regno Unito che aveva firmato gli accordi di Obama e che era in prima linea per la mediazione nei giorni scorsi!
La realtà dura e pura è che il mondo sta cambiando a ritmo e intensità notevoli e che l’Europa non si sta adattando a questi cambiamenti, a suo stesso rischio e pericolo. È in parte fisiologico che un continente il cui principale progetto politico dal 1945 ad oggi, l’Unione Europea, è stato pensato per un mondo di pace, rispetto del diritto internazionale e multilateralismo, si trovi quantomeno spaesato al venir meno di tutti e tre i pilastri che lo hanno sostenuto. Lo è un po’ meno se, riconosciuto il problema, non si fa nulla per intervenire, o peggio se il problema non lo si riconosce nemmeno. Anche con riferimento alla guerra in Ucraina (oltre a quella mediorientale), l’Europa sta continuando a cullarsi nell’illusione del rispetto del diritto internazionale e dei trattati, pur non avendo nessuno strumento coercitivo per garantirli e dipendendo dal potere militare americano che crede molto meno a questa illusione, nel presente più che nel passato recente.
Il problema di fondo riguarda proprio questi mezzi coercitivi, in altre parole una garanzia militare indispensabile per far rispettare e promuovere questi principi, e per far apparire al mondo come il continente sia serio nella loro difesa. In fondo, gli Stati nascono come enti che hanno il monopolio legittimo della forza, ma per essere credibili in un sistema internazionale di Stati sovrani in cui non è presente, e probabilmente non lo sarà mai, un’autorità multilaterale superiore in grado di costringere gli Stati a risolvere pacificamente le loro differenze, essi hanno bisogno della minaccia della forza e della deterrenza per evitare attacchi nemici. In questo senso, le discussioni sull’opposizione al riarmo presenti nel dibattito italiano assumono un ruolo tra il ridicolo e il pericoloso, a seconda della buonafede o malafede di chi le propone. È una scelta tra essere Stati sovrani del sistema internazionale o l’ONU, che promuove a parole la pace ma che non ha il potere di promuoverla nei fatti.
Parlare di pace e assumere una condotta internazionale ispirata alla cooperazione multilaterale è lodevole moralmente. Farlo in un mondo in cui questi principi non sono più riconosciuti (ammesso che lo siano mai stati), tuttavia, espone al rischio di essere impotenti ed esposti a gravi minacce alla propria sicurezza, a meno che non si abbiano i mezzi per garantirli quantomeno vicino ai propri confini. Se l’Europa, intesa non tanto come UE, ma come insieme di Stati, vuole difendere questi valori, deve dare credibilità nell’applicarli praticamente. Altrimenti, rimarrà un continente di musichette mentre fuori la morte imperversa senza freni, tristemente ma ineluttabilmente.



Lei ha perfettamente ragione ma purtroppo l’Europa come entità politica in grado di giocare un ruolo nel contesto mondiale NON ESISTE, nonostante abbia la popolazione,il Pil,la potenza economica e intellettuale in grado di competere e anche sopravanzare Russia,Cina e forse gli stessi Stati Uniti,
come da tempo metto in evidenza nei miei modestissimi post, scritti non da esperto ma da semplice uomo della strada che sa solo che 2+2 fa sempre 4.