Una repubblica giudiziaria
Un breve commento sul referendum
L’Italia ha scelto, in maniera decisa, di opporsi al disegno di legge di riforma costituzionale sulla giustizia promosso dal governo di Giorgia Meloni. È una decisione che chi scrive accoglie con rammarico e con preoccupazione per le sorti successive del paese. A suscitare rammarico è certamente una evitabile politicizzazione del referendum da ambo le parti, responsabili di toni inadeguati e inaccettabili per una qualsiasi campagna politica, nonché di aver oscurato il merito di una riforma che in passato vari governi di diverso colore avevano provato ad attuare.
La preoccupazione, invece, non riguarda le conseguenze politiche del referendum, né la sorte di una Costituzione in gran parte inadatta alla politica del secolo ventunesimo, che comunque non sarebbe stata minimamente minacciata da una vittoria del sì. Piuttosto, riguarda il futuro dell’Italia. Ha ragione il giornalista Ermes Antonucci che scrive questa sera sul Foglio che ieri e oggi si è compiuta la definitiva transizione della Repubblica Italiana ad una repubblica giudiziaria, transizione iniziata negli anni ’90 con Tangentopoli e proseguita nell’era Berlusconi e anche dopo. In nessun paese democratico la pubblica accusa ha distrutto carriere politiche di persone che qualche anno dopo sono state puntualmente assolte, ingerendo in maniera incostituzionale e antidemocratica nella vita politica di un paese libero, fino a prova contraria. In nessun paese democratico la magistratura costituisce un potere così dirompente come in Italia, un potere in grado di condizionare in maniera rilevante la politica senza alcuna forma di legittimazione democratica. L’essenza della riforma non era di porre il governo in controllo dei processi, ma di restituire alla magistratura il suo giusto posto in una Costituzione democratica in cui, in fin dei conti, è la politica ad avere necessariamente il primato. La magistratura non può essere un partito, come ha dimostrato invece in questa campagna elettorale, ma deve essere garante imparziale dell’ordinamento, senza un ruolo politico.
Con la vittoria di oggi, ogni riforma significativa di un ordinamento giudiziario a pezzi è rimandata di almeno una generazione, e i partiti sostenitori del no se ne assumono la loro responsabilità di fronte all’elettorato. Più che fare campagna elettorale sul governo, si è persa l’occasione di mettere mano a parte di questi problemi e si apre ora la porta a una rinnovata, onnipresente repubblica dei pm e dei giudici. La speranza è che il prezzo di questo stato dell’arte non sia pagato dagli italiani.


