Volendo essere fiscali
Una riflessione sugli esiti delle riforme e sul perché siamo tutti più poveri
Ogni tanto capita: svegliarsi e pensare al potere d’acquisto. Ho avuto un ritorno di fiamma, un rigurgito di interesse verso una di quelle parti più tecniche (e forse noiose) dell’economia, ma che assai più di altre influenzano le nostre cosiddette scelte quotidiane di consumo.
In queste poche righe vorrei riportare una riflessione su quanto sia fondamentale che le riforme siano inserite in un più ampio quadro che renda coerenti gli indirizzi delle stesse, per evitare l’annullamento o addirittura la cannibalizzazione interna dei risultati.
La riflessione odierna nasce dal trovarsi alla fine di una parabola inflazionistica che ha eroso non poco il potere d’acquisto dei cittadini italiani (stime Istat parlano del 10,5% negli ultimi 5 anni), e che il governo ha tentato di combattere con strumenti non solo insufficienti, ma dei quali si conoscono probabilmente poco gli effetti.
L’insufficienza delle riforme, poi, deriva a sua volta in gran parte dal famigerato effetto di fiscal drag, ovvero il maggior carico fiscale sostenuto dai redditi spinti dall’inflazione in scaglioni soggetti ad aliquote più elevate. A fronte, dunque, di un reddito reale invariato, quello nominale aumenta causando un maggior prelievo fiscale e drenando ulteriormente risorse ai soggetti di imposta.
Questo fenomeno, pur essendo connaturato nella struttura dei regimi progressivi (nei quali le aliquote aumentano all’aumentare del reddito), può essere neutralizzato da sistemi di indicizzazione delle aliquote stesse, adottati ad esempio in alcuni paesi come Canada, Danimarca o Lituania; permettendo alle aliquote una variazione inversa all’aumento di reddito si evita l’ulteriore esborso che ridurrebbe complessivamente la ricchezza, tenuto conto della non variazione del reddito reale. Le strategie nello specifico sono molteplici, e la loro analisi esula dallo scopo di queste righe: basti tuttavia ad avere la consapevolezza di come il drenaggio fiscale non sia affatto un problema inevitabile al quale andare incontro con un sentimento di fatale ineluttabilità.
L’assenza di queste strategie, non adottate in Italia negli ultimi anni e particolarmente durante lo shock inflazionistico del biennio 2022-23, ha fatto sì che la febbrile iperattività del governo in materia fiscale risultasse in un ironico nulla di fatto (o quasi), anche a causa della frammentarietà ed arbitrarietà di imposizione fiscale alla quale i cittadini sono andati incontro. Come infatti ci ricorda il rapporto dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI) diretto dal Prof. Cottarelli, all’effetto del fiscal drag si è combinata l’azione delle addizionali Irpef praticate, autonomamente, da ciascuno degli enti locali. Al tentativo del Governo di ridurre la pressione fiscale si è dunque opposto l’effetto contrario degli aumenti di addizionale voluti dalla stragrande maggioranza dei comuni italiani.
Ma come si è arrivati a questa frammentarietà e confusione normativa?
Innanzitutto, è necessario parlare della grande anomalia presente all’interno del nostro sistema di tassazione: il regime forfettario.
Disponibile per gli aventi diritto fino alla ragguardevole soglia di €85.000, il regime forfettario (meglio noto come flat tax) permette il pagamento di un’imposta unica al 15% sul proprio imponibile fiscale, eliminando dunque il sistema progressivo. La refrattarietà dell’imposta sostitutiva al fenomeno del drenaggio fiscale ha fatto sì che lo stesso fosse interamente assorbito dai redditi sottoposti ad Irpef progressiva, su tutti lavoratori dipendenti e pensionati.
Tra il 2022 ed il 2024 queste stesse categorie si sono trovate a portare sulle spalle il peso di ben 25 miliardi di euro versati alle casse dello stato in ragione degli aumenti nominali del proprio reddito lordo. Se il fiscal drag non è una novità, ed era stato accettato come uno strumento latente di finanziamento alla spesa pubblica negli anni in cui l’inflazione era di poco superiore allo zero, con un impatto relativamente ridotto sul cuneo fiscale, non è pensabile perpetrare questa idea con tassi assai più elevati, e soprattutto a discapito di alcune precise (e individuabili!) categorie di lavoratori.
I risultati sono ben evidenti: l’azione combinata delle diverse variabili impazzite sul tabellone ha fatto sì che nell’ultimo quinquennio (a parità di imponibile) nessuna fascia di reddito potesse godere di un sostanziale vantaggio sul prelievo fiscale derivante dalle riforme e dagli interventi dell’esecutivo.
Dalla diminuzione di poche centinaia di euro per i redditi più bassi, si registra addirittura un aumento di spesa di qualche migliaio di euro per quelli medio alti.
E se anche non si considerasse un imponibile invariato, ma si tenesse conto dell’aumento dei redditi nominali a causa dell’elevata inflazione, l’effetto non potrebbe che peggiorare a causa del maggior effetto del drenaggio.
Ciò che risulta chiaro è dunque l’effetto nefasto che la schizofrenia normativa ha avuto sulla ricchezza reale di quegli stessi lavoratori che già contribuivano da soli all’84% delle imposte totali dichiarate. Insomma, paga Pantalone.
La mancanza di una visione unitaria e complessiva nel calendario delle riforme, oltre a compromettere l’efficacia delle stesse, mina ancora di più l’equità sociale e la tenuta di un sistema già sotto sforzo. Serve adottare strumenti adeguati, ridurre la sproporzione sul carico fiscale a vantaggio degli uni ed a scapito degli altri, serve la volontà di plasmare un sistema che chieda di più a chi più può dare, senza grotteschi e maldestri tentativi di ridurre la progressività favorendo distorsioni arbitrarie aggravate dalle situazioni macroeconomiche del mondo circostante.
Uno Stato che onori la sua missione non può che avere a cuore l’equo e giusto reperimento delle proprie risorse, nonché la questione della loro redistribuzione.
Lorenzo Tortoioli studia Economia per l’arte e la cultura all’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano. Le opinioni espresse in questo articolo sono soltanto sue.



